Piano Taranto e sciopero sui temi ambientali e sociali del Paese. Le novità di #UnoMaggioTaranto2018

V edizione del I maggio di Taranto, fra dibattito pubblico, Piano Taranto e messaggi di lotta per la giustizia ambientale e sociale.

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Non è facile a mente fredda ragionare e fare valutazioni sulle tantissime emozioni al termine di ogni edizione del Primo Maggio di Taranto. Un appuntamento ormai consolidato, costruito dal basso e totalmente autofinanziato.

Lo è ancor di più in questa sua quinta edizione, dopo un anno di pausa, per diversi aspetti: la qualità e la quantità degli interventi dal palco sui temi sociali e ambientali, il numero di artisti che si sono messi a disposizione gratuitamente, le presenze che hanno riempito il parco archeologico delle mura greche nonostante i nuovi dispositivi in materia di sicurezza seguiti ai fatti di Torino, le centinaia di persone che volontariamente hanno cooperato per il bene della imponente macchina organizzativa, il lavoro di squadra con il quale diverse realtà cittadine hanno saputo affrontare l’assemblea pubblica della mattina, illustrando davanti ad istituzioni, parlamentari, sindacati e movimenti di lotta da tutto il Paese, un lavoro durato mesi, e in continuo divenire, chiamato “Piano Taranto”, che prevede la riconversione ecologica e sociale dell’economia locale a partire dalla chiusura, bonifica e riconversione dell’Ilva, annunciando un percorso nazionale per uno sciopero generale per l’autunno sui temi della devastazione ambientale e sociale dei territori da porre all’attenzione del nuovo Governo.

A qualcuno può sembrare paradossale che in una delle tante terre del mezzogiorno dilaniate dal dramma della disoccupazione, dalla precarietà, delle diseguaglianze, dell’emigrazione e del lavoro nero, si alzi un urlo tanto forte che pretende la chiusura di una fabbrica.

Lo è semplicemente per un motivo: qui le contraddizioni del capitalismo predatorio sono saltate ormai da tempo e anche il ruolo dello Stato, al servizio degli interessi privati e non della popolazione, è ormai palese all’opinione pubblica. Perché abbiamo capito sulla nostra pelle che il diritto alla vita non vale un posto di lavoro, che quel posto di lavoro è ormai merce di ricatto, che un gigante industriale impedisce alle alternative di generarsi e moltiplicarsi, che occorre recuperare il senso per cui si lavora,  così come del cosa, come, quanto e per chi produrre, che la ricchezza generata va a finire solo nelle mani di pochissimi e non viene distribuita, che occorre liberarsi dai cicli produttivi legati ai combustibili fossili e investire nelle economie sostenibili, nelle occasioni dell’evoluzione tecnologica e dell’autoproduzione.

Dai giorni del sequestro del siderurgico dal Luglio del 2012, nulla hanno fatto i governi in questi 6 anni, né per applicare repentinamente i dispositivi della magistratura a tutela della salute di chi vive dentro e fuori la fabbrica, né per avviare un serio programma di bonifica e riconversione del sito, al di là di ciò che vogliono far credere alcuni media. Si è annullata l’azione della procura, tutelando soltanto la produzione ad ogni costo per ripagare i crediti delle banche creditrici, rinviando nel tempo le opere più importanti a livello ambientale, svendendo infine a nuovi privati che annunciano tagli massicci. Classico esempio di socializzazione dei costi e privatizzazione dei profitti.

L’occasione per ricucire lo strappo con la nostra terra che l’inchiesta “Ambiente Svenduto” aveva decretato, è ormai stata sprecata dalla politica e dai sindacati che difendono questo posto di lavoro e questo stato di cose, allontanando  ancora di più la fiducia delle popolazione verso chi poteva rimediare a cinquanta anni di scelte scellerate.

Ci siamo così rimboccate e rimboccati le maniche: operai e abitanti hanno dimostrato che per fare ripartire il territorio occorre altro, che costa molto di meno e che genera più posti di lavoro e una migliore qualità della vita, che l’unica grande opera utile al Paese è la bonifica dei siti inquinati e la riconversione ecologica e sociale dei territori.

Ed è su questo che vogliamo costruire insieme alla nostra città, ai siti inquinati e a tutti i movimenti di lotta di tutto il Paese  una grande mobilitazione autunnale contro la devastazione ambientale e sociale che mette continuamente a rischio le vite di tutte e tutti noi.

Perchè ci hanno mostrato il peggio del loro ruolo Coloniale.

Il tempo è ormai scaduto.

Per approfondire

Qui il resoconto del dibattito della mattina

Vedi il video del dibattito per intero

Qui la pagina facebook di PIANO TARANTO

Qui la presentazione sintetica del Piano

Qui il Piano completo