Metti una sera a Taranto il Movimento NO TAP

Le vicende del gasdotto nella città dell'Ilva: per un altro modello democratico.

Si è svolta giovedì 28 Dicembre, presso gli spazi della Biblioteca Popolare nella città vecchia di Taranto, la serata di contro-informazione e solidarietà con il Movimento NO TAP “per allargare il fronte della lotta” promossa dai comitati di quartiere.

L’iniziativa, parte di una carovana più ampia che ha toccato varie tappe pugliesi e nazionali, nonché alcuni dei principali luoghi di snodo dei progetti Tap e Rete Adriatica della Snam, ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare le comunità  attraversate da progetti invasivi e di mettere in rete le tante organizzazioni che sui territori si battono contro le “grandi opere devastanti inutili imposte”.

Ad accompagnare i lavori sono intervenuti Gianluca Maggiore del movimento No Tap e Alessandro Manuelli della commissione tecnica del comune di Melendugno: il progetto del Trans Adriatic Pipeline, che sarebbe dovuto essere operativo entro fino 2020 e promosso dal consorzio Tap con sede legale in Svizzera, prevede approdo in Salento in un’area abitata da oltre 10 mila persone.

Non stiamo parlando solo di un gasdotto di 878 km il cui inizio è al confine tra Grecia e Turchia e che è parte di un altro più lungo , che trasporterà 10 miliardi di metri cubi di gas e dal costo totale di 4 miliardi di euro, ma di un’opera imposta senza consultare le popolazioni locali sulla sua opportunità, dannosa per salute e ambiente come dimostrato da studi scientifici, che prevede altri impianti e sistemi per il trasporto che hanno a loro volta un certo impatto, un certo consumo di energia e sono del tutto anacronistici.

Mentre in Europa abbondano i gasdotti,  diminuiscono i consumi e si abbassano i costi delle rinnovabili, si punta invece di investire sul Tap che ha una durata di vita di circa soli 50 anni e che andrà prima o poi smantellato, che sostiene governi autoritari come quello turco e azero, ed è legato all’obiettivo della commissione europea di “costruire il mercato del gas”, dove aziende, banche e fondi di investimento si tuffano nei vari business finanziari, garantiti dai soldi dei contribuenti, al solo fine di “favorire i consumatori” in nome della concorrenza.  Più offerta c’è meglio è.

Attualmente però, mentre l’opera è stata realizzata al 60%, la Banca Europea degli Investimenti ha fortunatamente rinviato la decisione sull’erogazione di un prestito di 1.5 miliardi di euro a favore del progetto.

Siamo così arrivati alla situazione attuale di totale scontro istituzionale e sociale tra governo e comunità locali, fatto di zone rosse, militarizzazione del territorio, espianto coatto di ulivi secolari e fogli di via per chi manifesta,  non solo a causa di determinate scelte politiche internazionali ma anche per l’assenza decennale di un dibattito pubblico su una nuova strategia energetica nazionale di tipo strutturale e pluriennale, che vada oltre quella dei sussidi diretti ed indiretti legati ai combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) e prevista ad esempio nel vecchio piano energetico nazionale del 1988.

Occorre puntare su efficienza energetica ed energia rinnovabile diffusa ed autoprodotta, puntando sulla conversione ecologica dell’economia e le sue tante opportunità lavorative contro l’epoca del fossile che tanti danni ha fatto a livello climatico e sanitario.

La novità degli ultimi anni è stata fortunatamente una presa di coscienza dell’opinione pubblica sui temi ambientali, e non c’è voluto molto ad identificare anche dal Salento l’arroganza del sistema  che produce e sostiene queste grandi opere inutili e speculative e i suoi mille volti usciti allo scoperto, così come accaduto a Taranto con il sistema Ilva.

Di recente la battaglia legale e politica di movimenti e istituzioni locali contro il Tap si è spostata sull’applicazione della direttiva Seveso sulla valutazione degli effetti  in caso di incidente rilevante: sebbene la direttiva escluda i gasdotti tra le opere soggette, le funzioni quasi industriali del suo terminale di ricezione, denominato “Prt” e oggetto del contendere, ne suggerirebbero l’applicazione. Ma il Tar del Lazio e  il Consiglio di Stato hanno stabilito che non è così. È stato invece accolto il ricorso di un cittadino di Melendugno contro il Ministero dell’Ambiente, reo di non aver fornito la documentazione sul rispetto delle prescrizioni ambientali prima della realizzazione dei lavori.

L’insegnamento che viene dal Salento è che non esistono battaglie sulla salute,  l’ambiente e la sicurezza legata a grandi opere impattanti,  senza ragionamento sul modello di produzione: chi, cosa, come, quanto e per chi farlo. Non c’è conflitto locale che tenga senza ragionamento globale.

Vale per l’acciaio come per l’energia.

Alla barbarie di un modello autoritario e accentratore, dove pochi speculano sulla vita di tanti in nome di libero mercato, alti profitti, bassi costi, maggiore produttività e tanti ricatti, trincerandosi spesso dietro la strategicità di Stato, ne va opposto uno democratico e diffuso, con gli interessi, i bisogni e le decisioni delle comunità al centro delle azioni politiche.

Al di là di come proseguirà la lotta contro il Tap, il segno e l’unione che il movimento sta producendo nella comunità pugliese, e non solo, è per tutte e tutti noi la vittoria più importante.