Un modello di partecipazione: il Confederalismo Democratico curdo

CONTESTO GEO-POLITICO 

Il Kurdistan è una regione storico-linguistica fra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Con oltre 30 milioni di residenti, si tratta della più grande e popolosa nazione senza Stato al mondo.

La storia del popolo curdo è segnata da violente repressioni e persecuzioni, da guerre più o meno visibili condotte per soffocare sul nascere qualsiasi tentativo di rivendicazione autonomistica. Queste aggressioni si sono intensificate negli ultimi anni soprattutto in Turchia, dove il governo Erdogan, approfittando di un contesto particolarmente favorevole, con la destabilizzazione della vicina Siria e con i riflettori internazionali puntati esclusivamente sull’Isis, ha lanciato un durissimo attacco (spesso stringendo subdole alleanze con lo stesso Stato Islamico) al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

Il leader del PKK, Abdullah Öcalan, dopo aver vissuto anni in esilio, è rinchiuso dal 1999 nell’isola-prigione di Imrali, sorvegliatissimo e unico detenuto del carcere. Frutto di un lungo processo di autocritica e di una nuova prospettiva offerta da Öcalan, il PKK ha abbandonato il marxismo-leninismo delle origini per approdare a una nuova elaborazione teorica, il Confederalismo Democratico.

IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO

Ispirato alle teorie di Ecologia sociale e Municipalismo libertario del filosofo americano Murray Bookchin, il confederalismo democratico indica un modello di convivenza sociale inclusivo e basato sull’autorganizzazione dal basso, nel rispetto della pluralità etnica, culturale e religiosa, e non fondato su dominio e gerarchia. Rappresenta inoltre un sistema morale in cui sussiste una relazione sostenibile con la natura e al cui interno il bene comune è stabilito sulla base della democrazia diretta. Esso non persegue la creazione di uno stato-nazione curdo, bensì la formazione di una nazione democratica, la cui base è la società civile organizzata autonomamente e il cui centro di autogestione politica sono le assemblee delle comunità e dei consigli aperti locali. Questi, liberamente confederati e riuniti in congressi generali, con funzioni di coordinamento, vanno a costituire la nazione democratica del Kurdistan.

Il confederalismo democratico del Kurdistan attinge la sua forza dalla ricca eredità culturale proveniente dalla Mesopotamia, dalla profondità della sua storia sociale e dal sistema dei clan e delle confederazioni tribali, opponendosi alla struttura centralizzata statale della società.

Qui per “democrazia” non ci si riferisce al sistema parlamentare (democrazia rappresentativa) che prevede il voto popolare solo ogni quattro-cinque anni lasciando la popolazione alla mercé delle frange lobbistiche dei deputati eletti, ma di un esercizio quotidiano di partecipazione.

ORGANIZZAZIONE, L’ESMPIO DEL ROJAVA

Dal 2014, attraverso la Carta del Contratto Sociale, il Confederalismo Democratico è divenuto realtà in Rojava, la regione settentrionale della Siria strappata dalla resistenza curda allo Stato Islamico. Così, nel pieno di una sanguinosa guerra civile e a una manciata di chilometri dall’inferno jihadista, è in corso oggi un esperimento sociale e democratico forse senza precedenti.

L’organizzazione è fondata sulla partecipazione della base, il suo processo decisionale ha luogo nelle comunità. I livelli più alti servono solo come coordinamento e messa in pratica delle decisioni delle comunità che mandano i loro delegati alle assemblee. Al livello politico più basso ci sono le komine, ossia frazioni di quartiere da 1.500/2.000 abitanti, poi le mala-gel, che corrispondono ai nostri quartieri, a salire le città, i coordinamenti provinciali, i cantoni e la nazione. Si tratta di una piramide al contrario, nella quale le decisioni prese dal basso vengono messe in pratica ai livelli più alti. Questo favorisce legami di comunità e partecipazione, cioè il contrario di ciò che avviene nelle nostre organizzazioni, dove le decisioni prese in alto vengono calate sulle popolazioni, col risultato di avere disaffezione, marginalizzazione, individualismo ed isolamento sociale e politico. Vediamo più nel dettaglio gli organismi che compongono questa organizzazione-

Komina (frazione di quartiere)

Dal curdo kom, che significa “società”, le komine corrispondono a porzioni di quartiere, dunque costituiscono l’espressione più prossima della volontà degli abitanti di una città. Ogni “comune” cerca di organizzare la vita politica, economica, sociale e culturale della propria strada (o strade), e di discutere e risolvere eventuali problemi. Nella sola città di Qamislo (città principale di uno dei tre cantoni che compongono il Rojava) e villaggi circostanti ci sono 105 komine a fronte di una popolazione che si aggira sulle 200.000 unità (poco meno di 2.000 abitanti per komina). La komina si riunisce una volta ogni 2 / 3 mesi per nominare i suoi due co-presidenti (come tutti gli altri livelli dell’organizzazione sono un uomo ed una donna) e per decidere quanti vorranno far parte delle commissioni tematiche che riguardano: ecologia, istruzione, economia, difesa, parità di genere e risoluzione delle dispute. Le commissioni, ognuna della quali ha anche un responsabile, si riuniscono due volte al mese. Dopo le riunioni i responsabili delle komine redigono il proprio rapporto trasmettendolo all’assemblea di quartiere. L’economia delle komine si basa sulle offerte degli abitanti di quartiere, ciò che viene raccolto secondo le possibilità di ciascuno viene poi distribuito secondo i bisogni. Fra i cinque e i sette rappresentanti della komina partecipano poi all’assemblea rionale.

Mala Gel (intero quartiere)

Una volta al mese i rappresentanti delle komine si riuniscono in ASSEMBLEE DI QUARTIERE, dette MALA-GEL, letteralmente “case del popolo”, che sono i luoghi in cui avvengono le riunioni. Nella provincia di Qamislo ce ne sono 8. Le mala-Gel prevedono le stesse commissioni delle komine, solo che sono a livello di quartiere. Esse coordinano tutti i rapporti pervenuti dalle varie komine.

Assemblea della città

Una volta al mese (il 26) si riuniscono tutte le istituzioni della città: i rappresentanti delle komine, quelli della mala-gel, i sindacati, le associazioni, i partiti e le commissioni municipali, divise come per quelle di frazione e di quartiere.

Coordinamento provinciale

Qualche giorno dopo l’assemblea della municipalità si riunisce quella della provincia, anch’essa una volta al mese (generalmente il 28) e con tutti i rappresentanti dei livelli più in basso.

Sarerdariya (municipalità)

Si tratta di un organo tecnico deputato a tradurre in pratica le decisioni prese dal coordinamento provinciale. Esso provvede all’urbanizzazione ed ai servizi alla popolazione. Per garantire anche le minoranze, è previsto che le komine possano sporgere reclamo riguardo ai lavori della sarerdariya rivolgendosi direttamente al coordinamento provinciale, ossia l’organo politico dal quale dipende.

Cantone

Il 29 di ogni mese vi è l’assemblea dei comitati a livello di cantone.

PRINCIPI

È importante sottolineare che il sistema descritto non vale solo per i curdi: chiunque vive nel territorio ne fa parte ed è coinvolto, anche chi non è di etnia curda, in quanto si tratta di un sistema che non si basa sull’appartenenza etnica, sulle “frontiere” culturali, bensì sulla rappresentanza dal basso. Una soluzione che potrebbe essere potenzialmente risolutiva per molti dei conflitti etnico-religiosi che attualmente caratterizzano il Medio Oriente, così come altre parti del globo.

Piuttosto che accettare come “naturali” i confini imposti a tavolino, l’esempio e l’esperienza dei curdi in Bakur e in Rojava possono dunque costituire un passo concreto per il loro superamento e per il pieno riconoscimento del diritto delle popolazioni a esistere e ad auto-organizzarsi, nel rispetto di tutte le diversità etniche, religiose, di genere – definibili tutt’al più come frontiere “semantiche” – e dando a ciascuna componente il proprio spazio nei processi decisionali. È una scommessa per l’intero Medio Oriente, ma non solo: in un’epoca di spostamenti forzati di popolazione causati dalle guerre e dall’instabilità geo-politica, dalla spoliazione di risorse e dall’impoverimento di interi continenti a causa delle ideologie nazionalistiche e del capitalismo di rapina, il genere umano potrebbe invertire tale tendenza e offrire una prospettiva di ricerca di un mondo più stabile, più pacifico, più prospero e più inclusivo.

Si abbraccia il modello di una società ecologica, basata sulla libertà di genere e sulla creazione di una gioventù dinamica e consapevole che partecipi alla vita sociale in maniera egualitaria e libera. Si persegue una politica di pace: si ci ispira al principio della legittima difesa, una pratica che esprime il diritto di preservare la libertà e l’esistenza. E non si concede alcuno spazio all’egemonia in generale e a quella ideologica in particolare.

Vi è libertà di culto, di fede, di genere, la libertà culturale, economica, sociale e politica e ci si basa sulla solidarietà, sulla cooperazione, sul mutualismo e sull’autosufficienza. Il confederalismo democratico è il modello organizzativo più adatto per rispondere alle necessità epocali nel contesto attuale; l’amministrazione non è sacra in sé, né lo sono la terra, la lingua e le frontiere.

PILASTRI SOCIO-ECONOMICI

In ambito economico, il Confederalismo Democratico punta a un’organizzazione che permetta tanto la giusta distribuzione delle risorse quanto la tutela dell’ambiente. Si supera quindi il capitalismo e ci si proietta verso un socialismo democratico in cui le risorse appartengono al popolo e in cui l’economia è indirizzata al bene sociale e non all’accumulazione del capitale, cause tanto delle ingiustizie sociali quanto delle grandi violenze recate all’ambiente naturale.

Altro pilastro fondamentale è costruire una società libera dal sessismo, inteso sia come prodotto della tradizionale società patriarcale o di certe interpretazioni religiose, sia come mercificazione del corpo..

Una proposta libertaria, socialista e autenticamente democratica che non rimane circoscritta all’interno del Kurdistan, ma che anzi nasce come modello per tutto il Medio Oriente (e non solo), con il chiaro intento di superare il concetto di stato-nazione e dunque di travalicare le frontiere tradizionali.

Un’interessante lettura sulla situazione e sull’organizzazione nel cantone del Rojava è il libro a fumetti di Zerocalcare, Kobane Calling.

Fonti: Facciamosinistra.blogspot.it , Capitanoludd , Adista