Salvare l’Ilva non è salvare Taranto

foto di Frapugliese

Nella giornata di ieri l’ex Presidente del Consiglio Renzi è venuto nella nostra città, di nascosto e per poche ore, per incontrare rappresentanti sindacali assieme alla viceministro Bellanova. Nessun incarico istituzionale, o di partito a giustificare quest’incontro che avrebbe riguardato la cessione dell’Ilva, ma che purtuttavia ha trovato interlocutori sindacali pronti a sedersi al tavolo per conto dei lavoratori. Niente da fare, dieci decreti ed evidenze sempre più macroscopicamente disastrose nei confronti di città e lavoratori non sono stati capaci di ridare dignità a questa classe dirigente, a tutti gli effetti complice del dramma sanitario, ambientale, sociale, etico ed economico di Taranto.

Eppure le intenzioni nei confronti della città non sono certo cambiate. Le preoccupazioni di facciata nei confronti dei tarantini reggono ben poco di fronte all’osservazione dei fatti, i quali evidenziano interessi di tutt’altra natura.

Il continuo rinvio della pubblicazione dei piani industriali e di quelli ambientali presentati dagli acquirenti, nonché quello della cessione stessa di Ilva, sono dettati dall’esigenza di attendere l’esito delle trattative sui patteggiamenti fra Procure di Taranto e Milano, Governo che ora guida Ilva ed imputati. Ci si sarebbe accontentati di 1,3 miliardi di euro dei Riva depositati in conti svizzeri, a fronte degli oltre 8 giudicati necessari per il risanamento ambientale di Taranto. L’accordo è saltato a causa di una giudice milanese che ha sentenziato come “incongrue” le cifre concordate, sia in merito ai danni procurati, che alla gravità dei reati contestati. Facile immaginare che la partita verrà riaperta sulla base di cifre appena più alte, ma ce n’è un’altra che il Governo dovrà giocare, su un altro campo. Dovrà cioè dimostrare all’Europa che quei soldi verranno destinati alle bonifiche e non ad agevolare l’acquisizione di Ilva da parte delle cordate che sono alla finestra. Questo perché nel primo caso il passaggio di quei soldi sarebbe lecito, nel secondo si configurerebbe invece come aiuto di Stato, passibile dunque dalla Comunità Europea con infrazione e multe ai danni dell’Italia. Ma tutto porta a pensare che quei soldi siano sotto sotto destinati proprio al fine peggiore e cioè a rendere un favore ai compratori, giustificando tutti i timori portati da Taranto sabato in piazza.

Se infatti l’interesse del Governo fosse davvero quello di destinare quei fondi alla bonifica di Taranto, con la stessa paterna attenzione, si preoccuperebbe anche di chiedere all’Europa i fondi previsti per la riqualificazione professionale e l’accompagnamento (per ben due anni) dei lavoratori delle aree di crisi verso nuovi lavori (fondi FEG). Magari proprio verso lavori spendibili nelle bonifiche di Taranto. Il Ministero dell’Economia, già dal 2012, dichiarò Taranto “area in situazione di crisi industriale complessa” e basterebbe darne evidenza in Europa per accedervi. Ma si preferisce tenere la città in emergenza e l’occupazione in bilico.

Se l’attenzione del Governo fosse per il nostro territorio, chiederebbe il risarcimento dei danni agli inquinatori, anziché procedere a quello straccio di bonifiche farsa fatte ai Tamburi a spese dei contribuenti. Stessa responsabilità che il Governo divide anche con Comune e Provincia di Taranto, mai capaci di pretendere il risarcimento, neppure per la pulizia di strade e guardrail dal rosso del metallo ferroso di Ilva.

Se poi il Governo avesse davvero a cuore Taranto, non cercherebbe, come sembra, di eludere le prescrizioni più importanti previste nell’Autorizzazione Integrata Ambientale, mediante i più blandi Piani ambientali. Si preoccuperebbe, prima di ogni altra cosa, di arrestare la contaminazione della falda che porta le acque al mar piccolo e ai pozzi adiacenti. O di far coprire i parchi minerali. Ma questo costerebbe troppo e poco importa delle conseguenze su tarantine e tarantini. A proposito dell’intervento riguardante la messa in sicurezza di falda e suoli è utile ricordare che nel 2011 il Ministero dell’Ambiente intimò ad Ilva la loro osservanza, rappresentando responsabilità che oggi sono proprio del Governo, in ragione del commissariamento di Ilva, ma anche del Comune…  parole pesanti che non trovano ancora giustizia e che vale la pena ricordare:

Stante gli ingiustificati ritardi e l’inerzia dell’azienda nell’adozione dei necessari, urgenti, interventi di messa in sicurezza della falda e/o dei suoli,si ribadisce la richiesta all’azienda di adottare, ad horas, i necessari interventi. In mancanza, si richiede al Comune l’emanazione di apposita Ordinanza di diffida per l’adozione dei citati interventi a salvaguardia della salute umana e dell’ambiente, evidenziando che la mancata attivazione degli interventi medesimi può aggravare la situazione di danno ambientale già arrecato per l’inerzia dei soggetti a vario titolo interessati a cui potranno essere addebitati i relativi oneri”.

Se, infine, l’interesse delle istituzioni fosse per i tarantini, anziché per le banche creditrici… si preoccuperebbe dei troppi drammi delle morti bianche e non del lavoro in sé. E piuttosto che buttare soldi pubblici per casse integrazioni, perdite per 2,5 milioni di euro al giorno, rischio di infrazione europea e costi sanitari abnormi a causa dell’inquinamento, ritirerebbe l’AIA all’Ilva, chiuderebbe gli impianti e spenderebbe gli stessi soldi per bonificare e scrivere un altro futuro per il territorio.