Linee guida – La PARTECIPAZIONE CULTURALE

La partecipazione culturale, oltre che un diritto degli uomini e delle donne ed un importante blocco formativo per lo sviluppo personale, la creatività ed il benessere, è anche un fattore chiave per la valorizzazione sostenibile del patrimonio culturale, poiché promuove una maggiore consapevolezza del suo valore sociale ed economico.

Il capitale sociale e culturale di un territorio si genera quando gli interventi sul patrimonio sono occasione di partecipazione democratica ai processi decisionali, di promozione della diversità e di dialogo interculturale, di rafforzamento del senso di appartenenza a una comunità, di comprensione e rispetto tra i popoli, contribuendo in tal senso a ridurre le disparità e agevolando l’inclusione sociale e il dialogo intergenerazionale. Si guarda perciò a come attivare circoli virtuosi intorno ai luoghi della cultura, valorizzandone il ruolo di centri di conoscenza e incubatori di creatività e innovazione sociale.

Per fare questo occorre costruire molti ponti fra quelle che sono state per lungo tempo considerate dimensioni separate, colmare il divario tra la dimensione tangibile e intangibile, tra il patrimonio culturale e le industrie culturali e creative di un territorio, attraverso misure volte a stimolare l’intero ciclo di creazione / produzione culturale / conservazione e l’interazione con le comunità, sia quelle presenti fisicamente su un territorio che quelle virtuali.[1]

Lo sviluppo dell’accesso è un modello di politica che affonda le sue radici nell’Europa degli anni ’50 e ‘60, quando si afferma l’idea della “democratizzazione della cultura”. Il suo obiettivo è di garantire pari opportunità di accesso alla cultura attraverso l’individuazione di specifici gruppi sottorappresentati, la messa a punto di attività/programmi finalizzati a promuoverne la partecipazione, e la rimozione di specifiche barriere, siano esse fisiche, intellettuali, culturali/attitudinali o finanziarie. Tradizionalmente, le problematiche di accesso sono state per lo più associate alle barriere architettoniche e finanziarie (che peraltro rappresentano ancora oggi uno dei principali ostacoli alla partecipazione, soprattutto nel caso delle fasce di utenza “svantaggiate”). Solo di recente si è prestata maggiore attenzione a tipologie più “immateriali”, quali ad esempio le barriere sensoriali e cognitive, le barriere culturali (gli interessi, le esperienze di vita), attitudinali (la cultura e l’atmosfera complessiva di un’istituzione) e tecnologiche (mancato utilizzo delle tecnologie per potenziare l’accesso all’offerta culturale), le percezioni dei “non pubblici” (es. percezione delle istituzioni culturali come luoghi esclusivi, riservati a persone colte e sofisticate; rifiuto di determinate forme di espressione culturale, ritenute di scarso interesse o offensive; bassa priorità accordata alla partecipazione culturale).[2]

Per mettere a punto strategie più articolate di inclusione sociale e culturale è necessario che alle politiche di sviluppo dell’accesso si affianchino quelle di promozione della partecipazione (ai processi decisionali e creativi, alla costruzione dei significati), che riconoscono nei pubblici di riferimento degli interlocutori attivi, coinvolti attraverso una gamma di pratiche che vanno dalla consultazione a forme “leggere” ed episodiche di coinvolgimento, da una costruzione condivisa di significati sollecitata dalla mediazione fino a una vera e propria progettazione partecipata.

Per eliminare le barriere alla partecipazione, le istituzioni hanno a loro disposizione una ricca gamma di strategie e prassi[3], anche molto diverse tra loro, come la creazione di organismi consultivi in rappresentanza dei giovani, delle comunità immigrate, degli utenti portatori di disabilità; lo sviluppo di percorsi formativi finalizzati a coinvolgere attivamente i destinatari nella progettazione e/o nell’erogazione di servizi culturali; i programmi di “collezionismo di comunità”; l’incentivazione della partecipazione dei giovani attraverso la manipolazione dei contenuti basata su piattaforme e tecnologie informatiche a loro familiari, o la creazione di prodotti culturali indirizzati ai loro coetanei. Queste variegate azioni sono accomunate dall’obiettivo di diventare meno autoreferenziali, più radicati nella vita delle comunità di riferimento e più aperti alle esigenze dei loro pubblici e dei diversi portatori di interesse sul territorio.

(da Milano & Sciacchitano, 2015)

E’ in questo contesto che si sviluppa la nostra visione di cultura, declinata nelle forme della sua più ampia accessibilità, intesa come strutturale e concettuale; nella pianificazione strategica di politiche di riconversione culturale del territorio e di emancipazione sociale di chi lo abita; nel recupero e nella salvaguardia del patrimonio storico e artistico pubblico; nella certezza di adeguati e coerenti piani di gestione dei siti; nella trasparenza degli affidi; e nella partecipazione allargata alle scelte di politica culturale. In quest’ottica l’Ente locale deve farsi garante dei principi di seguito enunciati. Direttamente, ove la gestione di siti ed eventi sia gestita in proprio ed indirettamente quando questi siano affidati esternamente.

 ACCESSIBILITA’

I servizi attraverso i quali le istituzioni possono garantire l’accessibilità fisica, economica e culturale ai siti (così come in generale agli uffici pubblici) fanno riferimento a una vasta gamma di attività diverse, fornite direttamente dall’Ente, o dai concessionari esterni dei siti per conto del Comune. Ognuno di essi contribuisce ad accrescere la fruibilità dei luoghi di cultura rendendoli luoghi di apprendimento e di comunità.

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Note e riferimenti bibliografici

[1] Si veda la Conferenza internazionale “Patrimonio culturale come bene comune. Verso una governance partecipativa del patrimonio culturale nel terzo millennio”, Venaria Reale, Torino, 23 – 24 Settembre 2014,organizzata nell’ambito del Semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea. http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1411369321904_Conferenza_Patrimonio_culturale_come_bene_comune,_Torino,_23-24.09.2014.pdf

[2]In letteratura sono state recentemente identificate anche altre tipologie di barriere all’accesso, che secondo chi scrive possono essere considerate come rientranti nelle tipologia dell’accesso culturale. In particolare ci si riferisce a quella emozionale, relativa alla sensazione provata dal visitatore di non essere il benvenuto all’interno del museo e/o di non trovare il personale del museo disponibile a rispondere alla proprie esigenze (cfr. Victoria and Albert Museum, Strategy for Access, Inclusion and Diversity, p. 17, http://media.vam.ac.uk/media/website/uploads/documents/legacy_documents/file_upload/17806_file.pdf); e quella digitale, che si riferisce alla presenza dei musei su Internet e alla loro capacità di creare una comunità interattiva di utenti digitali (cfr. Solima 2012, op. cit.,p. 33).

[3] Una ricca collezione di esempi è contenuta nel Rapporto del Gruppo di lavoro europeo sull’Accesso alla cultura. Politiche e buone prassi nelle arti pubbliche e nelle istituzioni culturali per promuovere un migliore accesso e partecipazione alla cultura http://ec.europa.eu/culture/our-policy-development/documents/201212access-to-culture-omc-report.pdf